Concerto del 3 novembre 2003

Noi…e gli altri: Autarchi o Epigoni?

La musica italiana nel contesto europeo del primo Novecento

 

 

Programma :

 

Lettura di « Correspondances », di C. Baudelaire (traduzione di G. Raboni)

C. Debussy: dal primo libro dei «Preludi» (1910) :

IV(… »Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir « C. Baudelaire…)   

XII (…Minstrels…)

Lettura di « Minstrels », di E. Montale   

         dal secondo libro dei «Preludi» (1910-13)

VII(…La terrasse des audiences du clair de lune…)

XII (…Feux    d’artifice…)

 

Lettura di « La ‘Frase’ », di F. De Pisis

G.F. Malipiero: Preludi autunnali (1914)

1.Lento, ma carezzevole

2.Ritenuto,ma spigliato;

3. Lento, triste;

4. Veloce       

 

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Lettura di « Scarbo », di A. Bertrand (traduzione di M. Vitale)

M. Ravel : da «Gaspard de la Nuit» : Scarbo (1908)

Lettura di frammenti di Saffo tradotti da S. Quasimodo

R. Pick-Mangiagalli: « Deux lunaires » : 1. Colloque au clair de lune ; 2. La danse d’Olaf (1916)

 

B. Bartòk : Allegro barbaro (1911)

A. Casella: dai “9 Pezzi per pianoforte”: n.2 “In modo barbaro” (1914)

Lettura di “Aspettando i Barbari” di K. Kavafis (traduzione di E. Montale)

A. Casella:  Cocktail’s dance (1918)

I. Stravinskij: Circus polka (1942)

 

 

Pianista: Luca Schieppati

Voce recitante: Paola Martelli

 

 

 

 

 

Un concerto presso la casa-museo di Antonio e Marieda Boschi è per l’interprete un gradito stimolo alla ricerca di repertori adeguati. Questa ricerca, che ben presto si rivela pressoché inesauribile, può indirizzarsi in più direzioni: si può prendere spunto dalle tele e dalle sculture presenti in via Jan, abbinandole a partiture che si ritengano espressione di correnti estetiche affini; oppure si può partire dalle biografie degli Artisti, scoprendo amicizie, collaborazioni, frequentazioni con l'ambiente teatrale e musicale; oppure ancora, e più semplicemente, si potrebbe considerare la presenza del pianoforte Bechstein e della collezione di violini come un passe-partout, un pretesto per fare musica in casa Boschi con la stessa libertà che si immagina abbia animato il colto dilettantismo musicale di Antonio e Marieda. Il programma da me proposto, assecondando tutte le predette impostazioni, rispecchia la personale convinzione che altrettanto importanti siano i documentati riferimenti alle storie individuali, quanto le segrete correspondances, le recondite armonie che metastoricamente possono unire le diverse bellezze delle diverse espressioni artistiche. Dunque un invito al piacere della sinestesia, che ho pensato di  rendere ancora più appagante affiancando alla musica e alla pittura anche la poesia, con letture di Baudelaire, la cui Correspondances aprirà programmaticamente la serata, Montale, Quasimodo, De Pisis, Bertrand (suo il poema Gaspard de la Nuit che ispirò Ravel), Kavafis, quest’ultimo nella traduzione di Montale. In alternanza con la poesia, quattro accostamenti di musicisti italiani ed europei contemporanei dei coniugi Boschi: il Debussy al confine tra Impressionismo e Simbolismo delle Preludes e il Malipiero alla ricerca di nuove vie dei Preludi Autunnali; il lussureggiante decadentismo gravido di moderne arditezze del raveliano Gaspard de la Nuit e l’eleganza liberty deliziosamente retro dei Deux Lunaires del boemo-milanese Riccardo Pick-Mangiagalli; il fauvisme travolgente, un po’ unno, dell’Allegro Barbaro bartokiano, e quello sempre controllato, un po’ piemontese, di Alfredo Casella, In modo barbaro; e ancora Casella, con la leggerezza straniata e straniante della Cocktail’s Dance, a un tempo spigliata musica da salotto e rullo per pianola meccanica, a paragone della ammiccante Circus Polka di Igor Stravinskij, sapiente e sarcastico bric-à-brac musicale alla cui conclusione inopinatamente ascoltiamo anche, sorta di Deus ex machina di tutta la musica d’intrattenimento, la Marcia militare di Schubert.

Temo che qualcuno storcerà il naso di fronte a questi abbinamenti: passi per il sensibilissimo, pur se spesso pianisticamente ingenuo, lirismo di timbri malipieriano avvicinato a quello di Debussy; e tolleriamo anche le asprezze di Casella accomunate all’aggressività bartokiana; e chissà, forse qualcuno mi perdonerà anche l’aver paragonato l’anodina spensieratezza della Cocktail’s Dance a quel gioiello di strumentazione che è la Circus Polka, ammettendo delle affinità tra la meccanicità della Cocktail’s Dance e quella dei “Tre pezzi facili” per pianoforte a quattro mani di Stravinskij - uno dei quali, guarda caso, proprio a Casella dedicato. Ma come digerire la “strana coppia” Ravel/Pick-Mangiagalli? Consapevole di averla fatta grossa, adduco due giustificazioni: la prima, più oggettiva, è che i Deux Lunaires sono nel loro genere - quello cioè del pezzo da salotto assurto agli allori del pubblico concerto in virtù di un pianismo sapientissimo che sa ottenere il massimo risultato con il minimo impiego di mezzi - esemplari perfettamente riusciti. E poi c’è un motivo soggettivo: chi, come chi scrive, è stato allievo di Aldo Ciccolini e ha ascoltato la sua memorabile interpretazione di questi brani, non può che desiderare di seguire le orme del Maestro. Ciò premesso, è evidente che Gaspard de la Nuit attinge profondità di espressione e originalità di linguaggio da Pick mai neppure sfiorate, e che l’accostamento è dettato da motivi puramente superficiali riguardo alla comune ispirazione “notturna”.

Ecco, ora mi si chiederà di tirare le somme, e rispondere alla domanda scelta per titolo della serata: quanti autarchi, quanti epigoni ho dunque riunito nel mio programma? Tre a zero? Due a uno?

E invece no, non era questa la mia intenzione: la domanda vuole essere solo un espediente retorico, e suggerire al contrario che l’unica risposta all’aut-aut è un nec-nec, ovverosia che i musicisti italiani del primo Novecento non furono né tronfi autarchi, né timidi epigoni, bensì parteciparono, ognuno secondo la propria individualità, ai contraddittori fermenti del secolo. Ciò non significa voler rivisitare giudizi critici ormai consolidati: si sa, l’Italia, Paese del Melodramma nell’Ottocento, tale voleva anacronisticamente rimanere anche nel nuovo secolo, e ciò rese la vita assai difficile a quei pochi spiriti novatori che aspiravano a rifondare la vita musicale italiana alla luce dei coevi sviluppi di stili e linguaggi; e più volte ci è stato spiegato l’effetto inibente che avrebbe avuto l’estetica crociana sugli studi musicologici in Italia e, di riflesso, sull’attività dei compositori italiani. Ma da pianista semplicetto che sa nulla qual io sono e fui, ignaro e di Storia, e di Estetica, pragmaticamente preoccupato per il pressoché totale esilio dei “nostri” compositori dalle sale da concerto, volentieri prendo l’impegno di dare loro una chance, per far sì che i giudizi sulle loro opere, buoni o meno buoni che siano, vengano espressi nell’unico modo legittimo: ascoltandoli.

 

Luca Schieppati

 

 

Le letture della serata:

 

C. Baudelaire: Correspondances  (Corrispondenze)

 

 

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles ;
L'homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l'observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.

Il est des parfums frais comme des chairs d'enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
- Et d'autres, corrompus, riches et triomphants,

Ayant l'expansion des choses infinies,
Comme l'ambre, le musc, le benjoin et l'encens,
Qui chantent les transports de l'esprit et des sens.

                

 

E’ un tempio la Natura, dove a volte parole

escono confuse da viventi pilastri

e che l'uomo attraversa tra foreste di simboli

che gli lanciano occhiate familiari.

 

Come echi che a lungo e da lontano

tendono a un'unità profonda e oscura,

vasta come le tenebre o la luce,

i profumi, i colori e i suoni si rispondono.

 

Profumi freschi come la carne d'un bambino,

dolci come l'oboe, verdi come i prati

- e altri d'una corrotta, trionfante ricchezza,

 

con tutta l'espansione delle cose infinite:

l'ambra e il muschio, l'incenso e il benzoino,

che cantano i trasporti della mente e dei sensi.

 

(traduzione di Giovanni Raboni)               

 

 

 

Frequentemente la poesia ha ispirato la musica; più raro il caso contrario. La poesia di Eugenio Montale Minstrels è una di queste rarità, essendo frutto delle suggestioni suscitate dall’ascolto dell’omonimo Preludio debussyano.

 

MINSTRELS, di E. Montale
da C. Debussy

Ritornello, rimbalzi
tra le vetrate d'afa dell'estate.

Acre gruppo di note soffocate,
riso che non esplode ma trapunge le ore vuote e lo suonano tra avanzi di baccanale vestiti di ritagli di giornali,
con istrumenti mai veduti,
simili a strani imbuti
che si gonfiano a volte e poi s'afflosciano.

Musica senza rumore che nasce dalle strade,
s'innalza a stento e ricade,
e si colora di tinte ora scarlatte ora biade,
e inumidisce gli occhi, così che il mondo
si vede come socchiudendo gli occhi
nuotar nel biondo.

Scatta ripiomba sfuma,
poi riappare soffocata e lontana: si consuma.
Non s'ode quasi, si respira.

Bruci tu pure tra le lastre dell'estate,
cuore che ti smarrisci! Ed ora incauto provi le ignote note sul tuo flauto.


                                                                       

 

 

Meritatamente nota e ammirata è l’arte pittorica di Filippo De Pisis ; meno nota e dunque meno ammirata è la sua produzione poetica, dalla quale abbiamo scelto per questa occasione una lirica dedicata a Vinteuil, invenzione proustiana di compositore, creatore di quella miracolosa “petite phrase” che, pur non esistendo su alcun pentagramma,  risuona per sinestesia in tutti i lettori della Recherche. Accostiamo questa poesia, scritta da De Pisis negli anni trascorsi a Venezia, ai Preludi autunnali del veneziano Malipiero.

 

La «frase», di Filippo De Pisis                                                                                 

a Vinteuil                                       

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         di un povero, di un santo                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              e color d'occaso.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    in un perfetto accordo

In un momento qualunque                                                                                               

suono, voce, «frase»

vicina e lontana                                                                                                                                                  

brivido del cuor di un poeta,                                                                                            

aria profumata che va                                                                                                         

passo che si spegne,                                

sorvoli l'umana miseria                         

in una tua gloria leggera

voce e zampillo.

L’ore grigie trapassi

come muro ciclopico

l'eco degli impossibili incontri.

Misterioso polline

che dài frutto al fior della vita,

ape d'oro infaticabile

o frase o musica,

mi hai parlato di «mattini dorati»,

«d'albe gelide e tramonti di fuoco»

(il vecchio barcaiolo curvo

al suo desco nella nera cucina

dello «squero»[1]

un piatto bianco

una bottiglia nera.

Rembrandt manierato e gentile)

Nessuna scena importa,

in un'ora qualunque                                                                                                            

su acqua verde o nuvola rosa

basta il cuor di un poeta,

di un povero, di un santo

sapor di lagrime,

e color d’occaso.

Suoni, parole

in un perfetto accordo

e l'infinito volteggia e si torce

(bella bocca baciata

torso, come, braccia,

mani, piedi).

O voli, o paradiso

scolorato e imminente.

Ed è un angelo, vedi, che si libra

prega e mi abbraccia.

 

 

 

 

Ravel amava definirsi « artificioso per natura » , e tale intellettualistico ossimoro ben si attaglia alla sua scelta di ispirarsi, per comporre nel 1908 il trittico pianistico “Gaspard de la Nuit” all’ormai datato romanticismo di Aloysius Bertrand (1807-1841). Va ricordato che in questo caso la lettura non è una correspondance arbitrariamente da noi consigliata, bensì completamento dell’esecuzione esplicitamente da Ravel suggerito con la stampa dei poemi di Bertrand sul frontespizio della sua partitura.

 

SCARBO, da Gaspard de la Nuit, di Aloysius Bertrand

 

Il regarda sous le lit, dans la cheminée, dans le bahut; - personne.

Il ne put comprendre par où il s'était introduit, par où il s'était évadé.

                                        HOFFMANN. - Contes nocturnes.

 

Oh! que de fois je l'ai entendu et vu, Scarbo, lorsqu'à minuit la lune brille dans le ciel comme un écu d'argent sur une bannière d'azur semée d'abeilles d'or!

 

Que de fois j'ai entendu bourdonner son rire dans l'ombre de mon alcôve, et grincer son ongle sur la soie des courtines de mon lit!

 

Que de fois je l'ai vu descendre du plancher, pirouetter sur un pied et rouler par la chambre comme le fuseau tombé de la quenouille d'une sorcière.

 

Le croyais-je alors évanoui? le nain grandissait entre la lune et moi, comme le clocher d'une cathédrale gothique, un grelot d'or en branle à son bonnet pointu!

 

Mais bientôt son corps bleuissait, diaphane comme la cire d'une bougie,son visage blémissait comme la cire d'un lumignon, - et soudain il s'éteignait.

 

 

                Guardò sotto il letto, nel camino, nella cassapanca; - nessuno. Non riuscì a capire per dove fosse entrato, per dove poi fuggito.

 

HOFFMANN, Racconti notturni.

 

Oh! quante volte l'ho ascoltato e visto, Scarbo, allora che a mezzanotte fulge la luna nel cielo come uno scudo d'argento su un vessillo azzurro cosparso di api d'oro!

 

Quante volte ne ho ascoltato ronzante la risata all'ombra della mia alcova, e il raschiare dell'unghia sulla seta del baldacchino!

 

Quante volte l'ho visto discendere dal soffitto, piroettare su un piede e rotolare per la camera come il fuso caduto dalla conocchia di una strega!

 

Lo credevo vanito? Il nano ingrandiva tra la luna e me, talquale il campanile di una cattedrale gotica, un sonaglio d'oro oscillante sul suo berretto aguzzo!

 

Ma presto il suo corpo illividiva, diafano come la cera di una candela, il suo viso scialbava come la cera di un moccolo, - e a un tratto si smorzava.

 

(traduzione di Marco Vitale)        

 

 

 

.Salvatore Quasimodo fu dal 1941 professore di letteratura italiana presso il Conservatorio di Milano; Direttore del medesimo Conservatorio era allora Riccardo Pick-Mangiagalli. Abbiamo dunque pensato di riunire un ristrettissimo “collegio docenti” facendo precedere i Deux Lunaires di Pick-Mangiagalli dalla lettura di tre lunari frammenti di Saffo tradotti da Quasimodo.

 

Dai Frammenti di Saffo, traduzione di S. Quasimodo:

Plenilunio

Gli astri d'intorno alla leggiadra luna
nascondono l'immagine lucente,
quando piena più risplende, bianca
sopra la terra

 

Tramontata è la luna

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l'anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le quercie;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;

e soffro e desidero

Sulla tenera erba appena nata

Piena splendeva la luna
quando presso l'altare si fermarono:
e le Cretesi con armonia
sui piedi leggeri cominciarono
spensierate a girare intorno all'ara
sulla tenera erba appena nata.

 

 

 

Gli inizi del ‘900, sappiamo, non furono solo tempi di esasperati individualismi decadenti o di spensierate eleganze liberty: il futurismo incalzava con i suoi toni aggressivi qualunque nostalgia del passato. Scriveva Marinetti nel “Manifesto tecnico della letteratura futurista” del 1912: “(…)Nulla è più interessante, per un poeta futurista, che l'agitarsi della tastiera di un pianoforte meccanico.(…) Poeti futuristi! Io vi ho insegnato a odiare le biblioteche e i musei, per preparare a odiare l'intelligenza, ridestando in voi la divina intuizione, dono caratteristico delle razze latine.(…)Dopo il regno animale, ecco iniziarsi il regno meccanico.(…) “, parole che affermano ed esaltano quell’inquietante corto-circuito tra modernità delle macchine e primordialità degli istinti che di lì a poco avrebbe deflagrato negli orrori della guerra.

Con l’ultima lettura della serata, Aspettando i Barbari di Kavafis nella preziosa traduzione di Montale, che farà da tramite fra i moderni barbarismi di Bartok e Casella e la meccanicità danzante della Cocktail’s Dance e della Circus Polka, vorremmo sottolineare, con amarezza non priva d’ironia (o ironia non priva di amarezza, a piacer vostro), la pericolosa ambiguità di ogni ideologia anti-umanistica.

 

 

Konstantin Kavafis: I Barbari (traduzione di Eugenio Montale)

 

“Sull’agorà, qui in folla, chi attendiamo?”

“I Barbari, che devono arrivare”.

“E perché i Senatori non si muovono?”

Che aspettano essi per legiferare?”.

“E’ che devono giungere, oggi, i Barbari.

Perché dettare leggi? Appena giunti,

i Barbari, sarà compito loro”.

“Perché l’Imperatore s’è levato

di buonora ed è fermo sull’ingresso

con la corona in testa?”

“E’ che i Barbari devono arrivare

e anche l’Imperatore sta ad attenderli

per riceverne il Duce; e tiene in mano

tanto di pergamena con la quale

gli offre titoli e onori”.

“E perché mai

sono usciti i due consoli e i pretori

in toghe rosse e ricamate? e portano

anelli tempestati di smeraldi,

braccialetti e ametiste?”.

“E’ che vengono i Barbari e che queste

cose li sbalordiscono”.

“E perché

gli oratori non son qui, come d’uso,

a parlare, ad esprimere pareri?”

“E’ che giungono i Barbari, e non vogliono

sentire tante chiacchiere”

“E perché

tutti sono nervosi? (I volti intorno

si fanno gravi). Perché piazze e strade

si svuotano ed ognuno torna a casa?”

“E’ che fa buio e i Barbari non vengono,

e chi arriva di là dalla frontiera

dice che non ce n’è più neppure l’ombra”.

“E ora che faremo senza i Barbari?

(Era una soluzione come un’altra,

dopo tutto...)”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Lo squero è il nome che a Venezia si dà ai cantieri navali