Concerto di domenica 25 gennaio 2004

 

 

Così fan tutte

ossia

La scuola degli amanti

Dramma giocoso in due atti

Libretto di Lorenzo Da Ponte

Musica di W. A. Mozart

 

Selezione  dall’Opera

cantata, suonata, recitata, raccontata da:

 

 

Fiordiligi                                                                                 Choi Yun Jung

Dorabella,                                                                              Külli Tomingas

   Dame Ferraresi e sorelle abitanti in Napoli

Guglielmo, Ufficiale, amante di Fiordiligi                           Dario Giorgelé

Ferrando, Ufficiale, amante di Dorabella                          Roberto Covatta

Despina, Cameriera delle dame                                            Sara Marchesi

Don Alfonso, vecchio Filosofo                                             Antonio Russo

 

 Pianista e Narratore                                                                Luca Schieppati

 

 

 

Lo spettacolo durerà circa due ore, comprensive di un intervallo di 15 minuti.

 

 

 

Così fan tutte,…

…e così ci proviamo anche noi!

 

Innanzitutto: non siamo diventati matti. Nel senso che siamo perfettamente consapevoli di quanto sia difficile, terribilmente difficile mettere in scena un’opera. Se poi quest’opera è il “Così fan tutte”, ove l’apparente semplicità della superficie serve solo a velare le infinite complicazioni del profondo, la difficoltà per gli interpreti diviene tale da giustificare (mettiamo subito le mani avanti) anche qualche veniale defaillance. Non è dunque folle incoscienza  la nostra, e neanche presunzione: sappiamo i nostri limiti, socraticamente sappiamo di non sapere. Ciò che ci spinge ad osare lo spettacolo di oggi è solo l’amore, un amore, questo sì, folle e senza limiti per il genio di Mozart e di Da Ponte. Certo, spesso gli innamorati, pur con le migliori intenzioni, nocciono   all’oggetto amato: ma come non perdonarli? Persino Dante li mette appena appena all’inizio della voragine infernale, poco più giù del Limbo…

Ciò bastante, spero, a meritare la Vostra indulgenza, passiamo senz’altro a raccontare lo spettacolo. L’intenzione è quella di portare anche nella nostra stagione, nella nostra piccola sala le emozioni del grande teatro musicale, attraverso delle sintesi che siano il più possibile esaurienti. Senza scene e costumi, senza orchestra, abbiamo ritenuto improponibile una esecuzione integrale; si è pensato così di compiere una scelta, sacrificando, pur a malincuore, le parti non essenziali alla comprensione dell’intreccio, e unendo il rimanente con momenti di raccordo affidati a una voce narrante, che oltre a riassumere le parti tagliate, nonché a fornire qualche breve cenno storico e musicale sull’Opera, servirà anche da tramite fra il palcoscenico e la platea, svelando i meccanismi della messa in scena come una sorta di regìa condivisa con il pubblico; del resto “Così fan tutte”, con le sue perfette simmetrie, con la sua morale disincantata e materialistica, ben si presta anche a fruizioni meticolosamente analitiche, senza peraltro mai perdere, e questa è la magia mozartiana, la facoltà di rapirci in quel mondo dove, per dirla con Baudelaire, tutto è “ordine e bellezza lusso calma e voluttà”.

Ecco,  quando si parla di quest’Opera, saltano sempre fuori codeste simmetrie: le ho ricordate anch’io, ma non certo per unirmi a quanti le additano come segno di arido razionalismo, come un freddo schema escogitato a tavolino per motivi didascalici; per costoro l’unico vero personaggio dell’Opera sarebbe Don Alfonso, sorta di Visconte di Valmont (ricordate le Liaisons dangereux?) che manovra le vittime del suo sadico cinismo fino a condurle, se non alla rovina – siamo nell’àmbito di un dramma giocoso – per lo meno ad un amaro disincanto. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Pensandoci bene, la scommessa vinta da Don Alfonso non è tanto la vittoria del suo ingegno raziocinante sull’ingenuità dei giovani, quanto l’inevitabile risultato di un determinismo naturale, diciamo fisiologico e chimico, da lui, è vero, svelato, ma di cui egli non può certo dirsi l’artefice. Certo, Fiordiligi e Dorabella finiscono per accettare la corte ciascuna dell’innamorato dell’altra; ma se ciò non fosse tanto la prova, come vorrebbe il “vecchio filosofo”, della congenita infedeltà femminile, quanto l’effetto di profonde affinità elettive? Intendo dire che, se esaminiamo il carattere dei quattro giovani innamorati, non possiamo non rilevare che ben meglio assortite sono le coppie “infedeli” del secondo atto che non quelle “legittime” del primo: cosa possono mai avere in comune la delicata sensibilità di Fiordiligi con lo sguaiato “machismo” di Guglielmo? E la nobile elevatezza di Ferrando, cosa troverà mai nelle meschine furberie di Dorabella? Da Ponte lascia anche cadere, con studiata noncuranza, due piccoli ma significativi lapsus, veri e proprii atti mancati freudiani, che ci possono far presagire ciò che in effetto accadrà: quando Fiordiligi, nell’estremo tentativo di sfuggire all’assedio amoroso del sedicente “Cavaliere d’Albania”, si traveste da uomo per raggiungere Guglielmo al campo militare, non indossa forse – si badi, per scelta e non per caso –  i vestiti di Ferrando (“L’abito di Ferrando buono sarà per me/ può Dorabella prender quel di Guglielmo”)? E quando Dorabella respinge sdegnata i laschi consigli di Despina, non antepone forse il nome del fidanzato di Fiordiligi a quello del proprio (“E pensi che potria altro uom amar/chi s’ebbe per amante un Guglielmo, un Ferrando?”)?

E osserviamo poi i momenti in cui si formano le nuove coppie: a parte la fin troppo immediata sintonia dei sensi nel Duetto del “cuoricino” (“Il cuore vi dono”, Dorabella e Guglielmo), comunque indicativa anch’essa di un raggiunto appagamento, vero trionfo dell’amore, con buona pace di ogni cinismo, è il Duetto di Ferrando e Fiordiligi (“Fra gli amplessi”), momento di musica e di teatro assolutamente inarrivabile, che inizia con il momentaneo stallo tra il sentimento tormentato dai rimorsi di Fiordiligi e il rabbioso desiderio di rivalsa del già “schernito, tradito”  Ferrando, e si conclude, complice la sublime sensualità della musica mozartiana –  a sua volta “personaggio” invisibile ma sempre presente  – con  la perdita di ogni resistenza da parte di ambedue: un autentico innamoramento in tempo reale, altro che i fasulli reality show tanto in voga in tv…

Ho adoprato l’espressione affinità elettive per definire la forza d’attrazione che forma le coppie “infedeli” durante l’opera, e non a caso: le vicende del Così fan tutte mi sembrano infatti assai più simili – nello spirito se non nella lettera – più che  a quelle di un romanzo libertino, a quelle del romanzo di Goethe, nel quale indubbiamente vi sono anche reminiscenze del meccanicismo materialista del secolo dei Lumi, ma sublimate e rinsanguate a un tempo da un potente anelito verso una superiore armonia universale. O diciamo, meglio: Così fan tutte  senz’altro opera libertina, ma che già guarda al di là della filosofia libertina: non credo del resto sia un caso, né un fatto legato esclusivamente a pur rilevanti fattori esterni che, dopo la trilogia del libero pensiero scritta in collaborazione con Da Ponte, il genio di Mozart si sia indirizzato verso un teatro di evidente ispirazione morale, dal percorso iniziatico del Flauto magico al moralismo vagamente senecano della Clemenza di Tito; probabilmente il non aver dato un seguito né all’edonismo autodistruttivo di Don Giovanni né al pessimismo cinico di Don Alfonso stanno a significare una più generale critica della Ragione illuministicamente intesa: l’auspicato trionfo di questa cantato nel Finale del Così fan tutte (“Fortunato l’uom che prende/ogni cosa pel buon

verso/e tra i casi e le vicende/da Ragion guidar si fa”) è del resto ben amara saggezza. Essere ragionevoli dopo simili “casi e vicende”, cosa può mai significare? Nulla più che saper prendere utilitaristicamente i maggiori vantaggi possibili anche dalle situazioni più sfavorevoli, magari compiacendosi ipocritamente di aver comunque raggiunto il fine a cui si  tendeva, così che a ben vedere l’unico consiglio davvero ragionevole che, a sipario calato, potrebbe dare la Ragione è quello di non confidare troppo in essa, e di prender coscienza della nostra  inevitabile ambiguità, divisi tra gli istinti e gli ideali che spesso tali istinti vorrebbero negare; condizione dolorosa che però la Natura ci ha imposto, e contro cui vano è lottare; ancora da Goethe prendiamo un’immagine che tale condizione ben rappresenta, che ci rappresenta: il Gingo Biloba dalle grandi foglie doppie che, come tutto il vivente, “è duplice ed è uno”. (L.S.)